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È un pamphlet che prende in considerazione e critica il pensiero di Benedetto XVI su vari argomenti e i rapporti con vari temi: nazismo, teologia della liberazione, Illuminismo, fede e ragione, evoluzionismo, omosessualità, difesa della vita.
Il libro approfondisce l'aspetto filosofico, strutturale delle posizioni sostenute da Ratzinger controbilanciando la serietà degli argomenti con la leggerezza e l'ironia dello stile. Infatti il saggio si apre con un fantasioso epilogo in forma di prologo e si chiude con un prologo (nel quale si fantastica riguardo gli esiti del pontificato di Benedetto XVI) in forma di epilogo. Il punto di vista dell'autore è che la fede ecceda i compiti della ragione:
«È bene che ragione e religione continuino a non essere confuse. Se la fede, come in Ratzinger, sentisse davvero la necessità di vestirsi con gli abiti della ragione perderebbe se stessa. Per questo ritengo che il gioco dell'attuale pontefice, nel suo strumentale cavalcare le teorizzazioni del pensiero debole, sia molto pericoloso: rischia di esporre il cattolicesimo a un relativismo religioso senza ritorno.»
("Il Papa non rispetta il dialogo" Un anonimo contro Ratzinger di Antonio Gnoli, La Repubblica, 14 aprile 2006)
In relazione con Papa Giovanni Paolo II dice:
«È difficile stabilire dove inizino il pensiero e il pontificato di Benedetto XVI e finiscano quelli di Giovanni Paolo II. La differenza, mi sembra, risiede nel dubbio. Karol Wojtyla ha radicato il proprio messaggio in una capacità straordinaria, quasi attoriale, senza mai rivendicare per sé l'autorità che viene dalla filosofia pur essendo stato un pensatore molto più intenso e complesso del suo successore. Anche per questo le prese di posizione di Giovanni Paolo II hanno sempre mantenuto, mi sembra, un certo grado di dubbio, un certo rispetto per la ragione di tutti. Ratzinger, viceversa, non ha dubbi, anche se ha appreso alla scuola della filosofia l'arte di argomentare come se ne avesse. In questo modo invade un campo non suo: si presenta come pensatore, e dalla filosofia trae la propria autorità, ma lo fa con il solo proposito di svuotarla di senso e assoggettarla alla fede. Sottraendo la ricerca della verità a un confronto razionale, Ratzinger si pone di fatto al di fuori del dialogo e, nella sostanza, non mostra rispetto per le ragioni degli altri"..»
("Il Papa non rispetta il dialogo" Un anonimo contro Ratzinger di Antonio Gnoli, La Repubblica, 14 aprile 2006)
Secondo l'autore il tentativo di Ratzinger è di spodestare la modernità dalle sue pretese di razionalità per porre la Chiesa come autentico erede della filosofia greca e quindi della cultura occidentale spodestando da cui scaturisce la cultura Occidentale. A tal fine Ratzinger, utilizzando i concetti e le metodologie del pensiero debole, evidenzia i limiti del concetto moderno di razionalità limitandone così le pretese. A conclusione di ciò Ratzinger si avventura in un passaggio rozzo e semplicistico elencando le tragedie del mondo da lui spiegate come semplici effetti della modernità ossia della pretesa di fare a meno di Dio.
Il libro è anonimo per tre ragioni:
"Una domanda in relazione al sito le vie dell'arte. TEMA
Ma per voi cosa è l'arte?
Tutto?"
Questo è ciò che chiede un simpatico U.A. nella sezione the wall. A voi.
L'euforia, forse la voglia di fare il grande, forse un pizzico di sana incoscienza e la vita che fugge, va via per colpa di un maledetto piede che schiaccia troppo su quel pedale. Non è giusto, non è bello, non è indolore, non è voluto.
Ciao bello, le parole non sono niente adesso, ma un abbraccio te lo mandiamo con tutto il cuore.
Spesso mi capita di riflettere su valore che una notizia, data per sensazionale da alcuni, ha in realtà per me e nella maggior parte dei casi questi miei interrogativi gnoseologici finiscono col cadere in labirinti infiniti. Labirinti fatti di luoghi comuni e di riflessioni riguardo all’interesse che la società sembra nutrire per questa novella a differenza mia. Il risultato alla fine non è altro che l’aver pensato e ripensato, analizzato e scandagliato ogni minimo aspetto di una notizia della quale a me non fregava assolutamente niente. Allora alzo la testa, spengo la tv o il pc e vado a fare una passeggiata per cercare di riquadrare il cerchio e mi siedo con degli amici di fronte ad una bella birra e cosa mi capita? Mi viene chiesto se ho sentito al telegiornale proprio di quella notizia! Ma come, proprio loro che la pensano come me cadono nello stesso tranello dal quale sono appena uscito? “Ragazzi, ma sono solo cavolate, pensateci bene!”, “Beh, forse non hai tutti i torti!”.
Ma non sempre accade questo e succede allora che per non guardare il Grande Fratello edizione duemilatrecentoquarantasette, produzione televisiva poco contenutistica, amorale, inutile e tutto ciò che si può pensare di negativo, finisco per guardarne un altro condotto da un presentatore che litiga prima con l’italiano e poi con tutti gli ospiti presenti e…mi accorgo che ho solo scelto il male minore in fin dei conti.
Il giorno dopo sfoglio il giornale e leggo che l’opinione pubblica si è indignata di fronte ad alcune scene proposte dal GF e che invece ha avuto comprensione per il concorrente malamente giudicato. A volte il rammarico a caldo è che (ahimè) avrei potuto seguire almeno un po’ di Grande Fratello, se non altro per farmi un idea, per sapere se l’opinione pubblica ha ragione.
Ma cos’è l’opinione pubblica? La somma di milioni di pareri o semplicemente un’opinione di massa? E di quest’ultima chi è in grado di capirne gli orientamenti? Chi stabilisce che un’opinione è pubblica e come?
Chi non fa parte della massa deve sentirsi emarginato? Certo che no, ma a mio avviso rientra solo a far parte di un’altra opinione di massa che semplicemente si contrappone alla prima.
Allora essere “alternativi” non vuol dire altro che far parte di un’altra massa di pensiero condizionato? Beh, quando osservo alcuni che entrano in un centro sociale per fumare uno spinello o che fanno parte di un qualcosa di associativo senza dare un proprio contributo, mi viene da pensare che essere alternativi è impossibile, anzi è ancor più pericoloso.
Navigando per i siti che parlano di Tursi, oggi ho scoperto che nel nostro paese qualcuno ha avuto un’idea secondo me molto interessante...
Quelli di Tursiplanet (Francesco Nuzzi, Francesco Ciucci, Francesco D'Onofrio e Adolfo Mormando) hanno lanciato un CONCORSO FOTOGRAFICO rivolto a tutti gli studenti dell’ITCG “Manlio Capitolo” e dell’Istituto Comprensivo “Albino Pierro”.
L’iniziativa l’hanno chiamata “UN GIORNO DA FOTOGRAFI” e si potranno sviluppare alcuni temi: “la bellezza dei nostri paesaggi del sud”, “la vita quotidiana”, “la pace”, “la gioia di vivere”. Attraverso la fotografia.
Si tratterebbe di armarsi di macchina fotografica, un po’ di pazienza e scattare… Non sono uno studente né dell’una né dell’altra scuola, ma credo che se rientrassi nella categoria a cui si rivolge il concorso, parteciperei…
Inoltre ci sono in palio 3 premi…
Per sapere cosa fare per partecipare e in sostanza tutti i dettagli di “UN GIORNO DA FOTOGRAFI” cliccate qui.
(il termine entro il quale è possibile consegnare i lavori è il 31 marzo 2007)
In bocca al lupo agli organizzatori e, ovviamente, ai partecipanti!
8 marzo 2007
"Negli occhi di tutti - scrisse atterrito il cronista del New York Times - restò l’immagine di una ragazza che, lanciatasi nel vuoto nella speranza di aggrapparsi all’edificio accanto, restò impigliata per alcuni interminabili secondi finché le fiamme le divorarono il vestito lasciandola precipitare. Forse era russa, tedesca, finlandese..."
Ma non è improbabile che quella poveretta fosse italiana. Come italiane erano almeno 39 (molti corpi erano irriconoscibili) delle 146 donne morte in quello spaventoso incendio in una fabbrica di camicie dimenticato dall’Italia e ricordato invece, per un equivoco storico, come l’atto di origine dell’8 Marzo. Era il pomeriggio di sabato 25 marzo 1911, quando il fuoco attaccò gli ultimi tre piani di un palazzone di Washington Place, nel cuore della metropoli americana. E ancora non è chiarissimo come la data, col passare dei decenni, sia stata «adattata» alla Festa della Donna. Ci hanno provato in diversi, a cercare di ripercorrere la storia di questa svista che ancora oggi domina gran parte dei siti Internet (prova provata: mai fidarsi della «rete») dedicati alla genesi della ricorrenza odierna.
C’è chi, come le femministe francesi degli anni Cinquanta, dice che la giornata della donna sia stata scelta «per commemorare il 50° anniversario di uno sciopero di lavoratrici tessili, brutalmente represso a New York l’8 marzo del 1857». Chi per ricordare la rivolta pacifista delle operaie di Pietrogrado, l’8 marzo 1917. [...] Chi in memoria dell’incendio del 1911 (con la data sfalsata di due settimane e passa) e chi di un fantomatico incendio a Boston nel 1898. Col risultato che alla fine, a forza di passaparola e di equivoci, ne è uscito un collage [...] in cui si è mischiato tutto: date, luogo, episodi, numero dei morti, tutto. Con la probabilità che siano stati confusi più incendi (81 nella sola New York e nel solo 1911 in fabbriche di quel tipo) compreso uno avvenuto effettivamente l’8 marzo (1908) alle scuole di Collingwood in cui erano morti 173 bambini e due insegnanti. Per non dire del caos su chi, come e quando propose per primo la fatidica data oggi legata alle mimose.
Certo è che, fosse anche falso il collegamento storico, non c’è episodio nella storia delle donne più adatto a segnare un punto di svolta quanto la catastrofe alla Triangle Waist Company . Le cinquecento ragazze tra i 15 e i 25 anni che lavoravano con un centinaio di uomini e rare colleghe più anziane, negli ultimi tre piani del palazzo, alle dipendenze di Isaac Harris e Max Blanck, facevano infatti una vita infame. Una sessantina di ore di lavoro la settimana (l’anno prima un grande sciopero durato mesi aveva strappato un orario di 52 ore, ma lì non era applicato), straordinari sottopagati, spazi ridotti, sorveglianza feroce. Come accade con certi contratti anomali di oggi (della serie: nessuno inventa mai niente) i padroni avevano infatti affidato tutto, con una specie di subappalto interno, a una rete di caporali ciascuno dei quali gestiva e pagava sette operaie, che faceva marciare a ritmi elevatissimi. Incidenti sul lavoro a catena. Tutele sindacali zero. Porte sbarrate dall’esterno perché le ragazze non si allontanassero. Il posto giusto per gli ultimi degli ultimi: gli ebrei e gli immigrati italiani.
Mancavano venti minuti alle cinque del pomeriggio. Altri cinque e tutte le lavoratrici della camiceria si sarebbero alzate per tornare a casa, a Brooklyn. Gli impiegati degli altri uffici del palazzo se n’erano andati a mezzogiorno. Come fosse partita la prima fiammata, avrebbe ricostruito il giorno dopo il Daily Telegraph ripreso dal Corriere della Sera , non si sa. Ma in pochi istanti il fuoco attaccò i mucchi di stoffa dilagando per l’ottavo piano e avventandosi sul nono e sul decimo. Fu l’inferno. Le poverette cercarono di scendere per la scala anti-incendio ma era troppo leggera e cedette di colpo, mentre le fuggitive piombavano. Alcune riuscirono a raggiungere l’ascensore, che per un po’ andò su e giù portando in salvo alcune decine di ragazze, poi cedette di schianto: nella tromba, a fiamme domate, sarebbero stati trovati una trentina di corpi.
Fu allora che New York assistette, col cuore in gola, a decine di scene che avrebbe rivisto l’11 settembre del 2001 alle Twin Towers. «La folla da sotto urlava: "Non saltare!"», scrisse il New York Times . «Ma le alternative erano solo due: saltare o morire bruciati. E hanno cominciato a cadere i corpi». Tanti che «i pompieri non potevano avvicinarsi con i mezzi perché nella strada c’erano mucchi di cadaveri». «Qualcuno pensò di tendere delle reti per raccogliere i corpi che cadevano dall’alto», scrisse il Daily , «ma queste furono subito strappate dalla violenza di questa macabra grandinata. In pochi istanti sul pavimento caddero in piramide orrenda cadaveri di trenta o quaranta impiegate alla confezione delle bleuses». «A una finestra del nono piano vedemmo apparire un uomo e una donna. Ella baciò l’uomo che poi la lanciò nel vuoto e la seguì immediatamente». «Due bambine, due sorelle, precipitarono prese per la mano; vennero separate durante il volo ma raggiunsero il pavimento nello stesso istante, entrambe morte». Forse erano Rosaria e Lucia Maltese, forse Bettina e Francesca Miale, forse Serafina e Sara Saracino...
Erano centinaia, le ragazze e le bambine italiane che lavoravano lì, sfruttate da quei carnefici. Centinaia. E almeno 39 identificate («da un anello, da un frammento di scarpa») più dieci ufficialmente disperse, videro finire così il loro sogno americano. I loro assassini, al processo, vennero assolti. L’8 marzo, dopo tante rimozioni, ricordiamoci anche di loro.
Gian Antonio Stella
Articolo da "Il Corriere della Sera" del 8 marzo 2004
Riflettiamo sulla storia che ha portato a festeggiare l'8 marzo, soprattutto stasera, in discoteca o al ristorante, nel pub o a cena con le amiche, soffermiamoci a pensare che se oggi, nel 2007, NOI festeggiamo, è perchè le nostre antenate sono morte o hanno marciato per farci avere diritti che riteniamo scontati. E continuiamo a combattere, perchè nonostante parlare di femminismo oggi sembri anacronistico e quasi ridicolo, rendiamoci conto che la condizione femminile non è rosea come sembra.
Buon 8 marzo.